Quando ti senti immerso in una fornace ardente e avvolto da un fuoco divorante che non brucia e non consuma ma purifica, raffina e pulisce, il tuo spirito, allora, si eleva a causa di una prodigiosa e misteriosa forza e si riempie del desiderio di immenso, di infinito, di inesauribile e di smisurato. Incapace di ogni reazione non puoi che lasciarti trasportare nella 'novità' dello Spirito e lì respirare e godere dello zelo per Dio, per il quale altro non brami che metterti al Suo servizio. Dio ti ha conquistato, anzi ti ha sedotto e tu, felicemente, vuoi realizzare in pieno questa seduzione per non perdere un istante di questo "sogno", vanificando il fascino e l'incanto di così prezioso momento. Pertanto ti sorprendi 'innamorato' e 'affascinato' del seme che è stato messo nel terreno del tuo cuore e 'invaghito' del germoglio che già vedi nascere, per cui non puoi che balbettare un interrotto ritornello: "Mi divora lo zelo per la tua casa, Signore" (Sal 69, 10).
Per mantenere vivo tale zelo e per approfondirne la ragione e la speranza, mi propongo di riflettere con voi sul citato passo del Vangelo di Matteo, per trarne frutti spirituali e stimoli di opere e di relazioni d'amore. Solo da Gesù, infatti, scaturisce il fondamento e la sintesi di ogni verità, e in Lui deduciamo 'la chiave, il centro e il fine dell'uomo nonché di tutta la storia umana'.
Zelo quindi per metterci tutti a servizio di…, sentendoci chiamati ad una speranza viva che non delude, poiché in un mondo che cambia il Vangelo non muta. A servizio per Gesù…morto e risuscitato per noi, "cuore del cristianesimo, fulcro portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo umano" (Benedetto XVI, Omelia alla messa nello stadio comunale di Verona - 19 ottobre 2006).
Per questa riflessione faccio riferimento ad una meditazione di don Lorenzo Zani, tratta dalla rivista di spiritualità pastorale Presbyteri n. 3 '07.
Il servizio: esplosione dell'amore a e per…
Nel discorso della montagna Gesù propone una vita che è impossibile alle forze umane, ma quando, nella realtà quotidiana, noi siamo noi stessi, ci riconosciamo cioè peccatori e malati, allora anche Gesù è se stesso e manifesta la sua potente misericordia, chiamando al suo seguito e a collaborare con lui proprio coloro che riconoscono la loro situazione di peccato e si lasciano liberare da lui.
Il racconto della chiamata di Matteo e del successivo "sedere a mensa in casa con i pubblicani" di Gesù consta di quattro parti:
I. Gesù chiama Matteo, che sta seduto al banco delle imposte, a seguirlo come discepolo (v. 9);
II. Gesù supera le prescrizioni della legge e siede a mensa coi peccatori, suscitando lo sdegno dei farisei (vv. 10 - 11);
III. Gesù risponde ai farisei che sono scandalizzati, ricorrendo a un detto sapienziale: 'Non sono i sani che hanno bisogno del medico', e ricordando la centralità della misericordia (vv. 12 - 13a);
IV. Gesù rivela la propria identità: "Non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori", ovvero la sua missione (v. 13b).
"… e gli disse: Seguimi!"
Apparentemente in maniera casuale, Gesù passa nella quotidianità di una giornata, vede Matteo,
prende l'iniziativa e lo chiama a seguirlo.
Come ben sappiamo, Matteo è un esattore delle imposte, intento al suo lavoro, tant'è che è seduto al banco. Non c'è, quindi, un ambiente particolare o particolarmente eccezionale, ma in questa ordinarietà si manifesta una grossa novità: Gesù chiama a diventare discepolo, ossia partecipe della sua missione, del suo annuncio, un pubblicano, uno che doveva essere allontanato dalla comunità dei credenti a motivo del suo lavoro; essere gabelliere, ossia esattore delle imposte, comportava una duplice qualifica negativa:
a. essere un servo dello straniero - i romani - e del sistema dell'oppressore,
b. essere, di conseguenza, un imbroglione, uno che guadagnava sulle imposte fissate o che pretendeva una tangente: quindi rubava.
Nei Vangeli i pubblicani sono comunemente associati ai peccatori e ai pagani; per questo i farisei avrebbero accettato che Gesù chiamasse il pubblicano a uscire dal suo ambiente di peccato, mantenendo però una netta separazione da lui e dal suo ambiente. Gesù, invece, vede il cuore e l'intimo di Matteo; vede la sua intima insoddisfazione, la sua voglia di essere guarito, come dimostra il fatto che subito dopo essere stato chiamato, "… si alzò e lo seguì".
C'è un interno dentro di noi che può essere visto solo da Gesù.
La chiamata di Matteo genera stupore, scandalo e sconvolge le opinioni dei ben pensanti: come osa Gesù fare tale proposta ad un esattore delle imposte? Chi gliene dà diritto? Chi va cercando come seguaci? Per di più Gesù chiama Matteo senza porre condizioni. Così Gesù affronta l'opinione pubblica, molto rigida in proposito. Straordinaria è la prontezza della risposta, come sappiamo: subito Matteo si alzò, lasciando tutto, e lo seguì. Questo è un modo per mostrare non solo la buona volontà di Matteo, ma soprattutto l'efficacia della chiamata e della parola di Gesù e il fascino della sua persona.
Una speranza per tutti
Anche a noi è stata rivolta una chiamata particolare a servire, in modo più o meno esplicito, diretto e preciso, attraverso l'invito o la proposta di un fratello/sorella; e in quell'invito era presente il fuoco dello zelo per Dio e per i fratelli, l'ardore di chi aveva scoperto un tesoro e lo voleva condividere, nonché la passione d'amore come risposta all'Amore riversato in noi.
Essere "credenti praticanti", allora, non significa essere sapienti secondo il mondo, conoscere tutta la Scrittura o progettare molti piani pastorali, ma lasciarsi catturare da Gesù e in Lui scoprire la sollecitudine misericordiosa di Dio Padre, di Dio totalmente amore, amore primo e gratuito.
Essere "credenti praticanti", in secondo luogo, consiste nel comprendere e nel rendere esecutivo il fondamento della grazia battesimale che, tra l'altro, ci ha costituiti testimoni e missionari, quindi pane spezzato per…, pur nella consapevolezza della propria povertà e pochezza.
Essere "credenti praticanti", in terzo luogo, rappresenta la chiara e diamantina risposta di servizio volontario - in senso evangelico - attraverso un impegno coinvolgente, per le innumerevoli esigenze e situazioni del nostro tempo che, sappiamo, ha perso la fede, la speranza e la gioia.
Essere "credenti praticanti", in quarto luogo, riproduce mirabilmente la necessità e l'urgenza di raccontare la propria fede in rapporto alla salvezza, sollecitando la fedeltà a Dio che ha scelto gratuitamente un popolo a cui promettere il suo amore, a cui non verrà mai meno. Questa 'costante' evidenzia tre elementi indicativi:
- essere attori principali della propria storia,
- vivere una incredibile "progettualità di donazione",
- realizzare il proprio destino nella speranza cristiana.
Essere "credenti praticanti", in quinto luogo, è vivere l'essenziale, ovvero l'esplosione dell'amore donato di Gesù che diventa servizio per sua stessa natura, esprimendo il centro vivo della fede ereditata, e che sempre da Gesù Cristo scaturisce in fondamento e in sintesi di ogni verità: sollecitudine per il rispetto della dignità della persona umana in ogni momento della vita.
Essere "credenti praticanti", in sesto luogo, come uomini/donne toccati da Dio, per accettare 'la sfida educativa che vede ogni cristiano spinto a un rinnovato protagonismo in questo campo, attraverso un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, a qualsiasi livello e grado, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone' (Vedi Nota pastorale dell'episcopato italiano dopo il 4° Convegno di Verona, n. 17).
Essere "credenti praticanti", in settimo luogo, per veder crescere in noi la voglia di servire il Signore e la sua Chiesa, perché dentro la parola servizio c'è Cristo stesso che interroga l'uomo, lo stravolge e lo coinvolge nel leggere la propria esistenza alla luce del vangelo, così che trovi risposta il desiderio di quanti chiedono di essere accompagnati a vivere la fede come cammino di sequela del Signore Gesù, segnato da una relazione creativa tra la parola di Dio e la vita di ogni giorno.
Essere "credenti praticanti", in ottavo luogo, nella consapevolezza dei segni di speranza presenti nel nostro tempo, rafforzando il senso di responsabilità e la volontà di operare per lo sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l'uomo, senza trascurare nessuna delle energie che possono contribuire a farci crescere insieme, perché l'amore di Dio possa manifestarsi in tutto il suo splendore (opera citata n. 19).
Essere "credenti praticanti", in nono luogo, per vivere e godere, per far vivere e far godere "la speranza di cui siamo testimoni, la persona stessa del Signore Gesù, il suo essere in mezzo a noi per sempre, la sua promessa di 'quel mondo nuovo ed eterno, nel quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato risplenderà nella sua straordinaria bellezza'. E' questa speranza a dare respiro e alimento alle 'certezze' della fede" (ib., 8).
Essere "credenti praticanti", infine, per la testimonianza, via privilegiata della missione oggi: testimonianza personale e comunitaria, testimonianza umile e appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio dell'unità inscindibile tra una fede amica dell'intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito (ib., 11).
Tutte queste azioni, ed altre, costituiscono il "fiore dell'amore donato" che si chiama 'servizio' - ovvero il 'come' vissuto e ordinatoci da Gesù - , ragione della fede che è in noi e manifestazione tangibile del nostro credo. |